sabato 8 febbraio 2014

Un inverno a Le spiagge

Giorni fa leggendo un post de Il blog della biblioteca di Marradi: l'originale!, che pubblica  articoli, trek e notizie del territorio marradese e dintorni, ho visto questo racconto di Giuseppe Bartoli, poeta e scrittore di San Cassiano. Il racconto fa parte del libro "Fuochi sulle colline"-edizione del Girasole di Ravenna. A me è piaciuto molto, anche se un po' crudo, perché è una storia di vita del nostro Appennino e quindi lo ripubblico per cercare di portarlo a conoscenza di altri frequentatori di questi luoghi. E' ambientato alle Spiagge, che adesso è un noto ristorante e rimane a poche centinaia di metri sulla destra della strada che sale verso il Passo della Sambuca, dopo il ponte sul Rovigo. Chi abitualmente cammina in Appennino senz'altro ci sarà passato e magari fermato, per un pranzo o una merenda. Chi ancora non conosce il luogo può approfittare di questa escursione che ho caricato su  http://tracceinappennino.blogspot.com/2013/01/un-anello-nellalto-rovigo.html. Un ringraziamento a Claudio Mercatali. 

  L'ultima spiaggia,  

di Pino Bartoli

" ... Issata come una quieta catasta di sassi, la casa del podere "La Spiaggia" stava addolcendo i suoi contorni sgraziati sotto una coltre di neve alta come un uomo. "La Spiaggia" in quel lontano 19 .., era di proprietà dell'avvocato Galeotti, di Palazzuolo di Romagna, la Palazzuolo sul Senio di oggi. Ora che i moderni mezzi ne hanno infranto il secolare isolamento è stata trasformata dal nuovo proprietario, il Vescovado di Faenza, in colonia estiva per bambini. All'epoca dei fatti che racconteremo, La Spiaggia, posta su una vasta falda del monte Carzolano, a più di mille metri di altitudine, era costituita da un agglomerato scomposto di case tenute insieme più dal tempo, che aveva cementato i sassi, che da opere murarie vere e proprie.
L'altipiano in leggera pendenza, caratteristica che probabilmente aveva dato il..

 nome al podere, fa da spartiacque fra le vallate del Senio e del Santerno. Un terzo corso d'acqua, il torrente Rovigo, raccoglie per primo a gran fatica gli scarichi del disgelo rovesciandoli poi in un prepotente rigetto sul vicino Santerno. Sulle pareti che sovrastano il torrente, stanno pericolosamente aggrappati enormi macigni sputati nei secoli da tremende sbornie d'acqua ingerita dal terreno argilloso. Stanno lì frementi, offrendo la loro pancia deturpata dal muschio alle implacabili carezze delle fiumane che passano mordendo con baci furiosi. Attorno ad essi giovani grappoli di faggi contribuiscono a impedire la caduta di quei sassi sulle acque del Rovigo.
Ciuffi disordinati di ginestra fioriscono solo nella tarda estate in un giallo pallido rubato a fatica all' arida terra. Il torrente è ricco di trote e di gamberi saporitissimi che si annidano tenacemente entro gallerie che le purissime acque scavano nel letto di galestro.
E' interessante la tecnica usata per far uscire i crostacei dai loro nidi. Con un sasso o un bastone si batte sopra le lastre di galestro dove si presume siano annidati i gamberi. Infastiditi, o meglio impauriti dal picchiettio prodotto sopra le loro teste, gli animali scappano camminando, da bravi gamberi, all'indietro, finendo così fra le mani in agguato e non resta loro che vendicarsi azzannando con le formidabili chele le dita che incautamente si allungano per catturarli. La casa macerata dal tempo e dalle avversità atmosferiche che imperversano feroci, sprigionava un profumo di muffe stagionate in attesa di distruzione. Quell'anno il peso della neve sembrava succhiare, stridendo, l'ultimo pianto dalle decrepite travi.
La famiglia Lolli stava raccolta attorno al ceppo guardando silenziosa la fiamma che si inanellava lungo la cappa.
Fuori dalle narici del camino ormai sepolto sbuffavano faticosamente fiocchi di fumo nero.
Nessuno parlava.
I pensieri erano pietre pesanti che cadevano nello stagno di una attesa senza fine.
Ciò che restava per sostenere la famiglia, era ammucchiato in un angolo: marroni rinsecchiti, piccole pere volpine e il sacco della farina dolce appena bastante per le ultime polente.
Le due capre, che davano il latte giornaliero, erano state ammazzate da giorni perché non morissero di fame: il fieno era finito da tempo.
La mula sfogava la sua fame accanendosi sulle seggiole di paglia e sulle foglie di formentone strappate dai pagliericci.
I bambini si erano infilati dentro le seggiole ormai senza fondo e si trascinavano per la vasta cucina disegnando il pavimento di terra.
- E allora cosa facciamo?
E' Rico, il figlio maggiore, che rompe la catena delle ore sospese nel silenzio.
- Potremmo costruire una slitta e portarlo a Lozzole - rispose la moglie.
- Con questo tempo? Chi apre la "rotta"? Ma non vedi che la neve c'entra ormai in bocca? E i bambini? Chi bada ai bambini?
- La nonna
- La nonna? Ma non vedi che la poveretta sembra rimbecillita da quando se n'è andato quello là ...
Quello là è il nonno Nandone, morto due giorni prima, alleviando sì, con la sua dipartita, il problema della comune sopravvivenza, ma ponendo quello della sua sepoltura.
Il primo camposanto è quello di Lozzole, distante non solo mezza giornata ma ora praticamente irraggiungibile a causa della neve alta che continuava a cadere in una tormenta accecante ...
- E allora? ...
- E allora ... allora sai cosa facciamo? E' da stanotte che ci penso. Lo mettiamo sopra al tetto. Qui non possiamo più tenerlo. Lo mettiamo là sopra e quando Dio vorrà lo porteremo giù a Lozzole ...
E' leggero il nonno, eppure i due fanno fatica a issarlo sul materasso di neve, che si chiude subito come una morbida ciambella di piume sul corpo rigido del vecchio "azdòr".
Lo "seppelliscono" nudo perché la nonna non ha voluto che lo vestissero con l'abito buono, l'abito nero che ha servito per il loro matrimonio, per andare a messa a Natale e a Pasqua e che naturalmente doveva servire anche per l'ultima grande cerimonia ...
- Si sarebbe sciupato subito ...
E la nonna rimette con cura il vestito già preparato dentro la cassapanca.
Fuori il volto di Nandone sembra già scolpito nel ghiaccio. Deve durare finché dura la tempesta; dormire senza morire, anche se guarda già l'eternità attraverso una fessura aperta nella sua Notte.
La neve intreccia aspidi d'argento confidando i suoi segreti ad un buio disperato.
L'aria calda della cucina sembra dissolvere la soglia di luce fredda che si schiaccia sulle finestre cieche. Gli occhi stregati dalla neve sono palle di vetro immobili nel tempo.
Fuori qualche ramo d'abete si rompe sotto il peso, in un canto d'erba strangolata.
Eppure nell'aria imbottita di morte qualcosa di vivo è lì che si aggira nella casa raccogliendo le rare sdrucide parole imbastite d'angoscia.
Nonno Nandone è presente come se l'antinotte del mondo non l'abbia ancora del tutto trascinato sull' implacabile sponda.
Tutta la notte la famiglia Lolli ha dondolato i suoi pensieri al limite del sonno.
E un incubo che dura da giorni.
Spesso si sorprendono a guardare il soffitto come se dalle crepe del tetto sbirciasse l'occhio accusatore di Nandone. Si tenta di dimenticarlo, di non parlare di lui, ma La Spiaggia è pregna del suo ricordo e allucinanti pensieri s'infrangono come spicchi di sole o d'ombra sulle pietre che rinserrano secoli di vita.
- Avrà freddo ... Quanto freddo deve avere il mio vecchio ...
Rico s'arrabbia, non vuole che si parli di lui, diventa cattivo, vuole distruggere perché non può piangere, non gli è permesso di piangere ...
- Nonna state bona per carità! Cosa volete che abbia freddo! Avrà freddo come quella volta che lo trovaste nudo sopra la pecoraia di Vagnella. Allora si che dovevate piangere! Mica adesso ...
 -E quella volta che si fregò tutti i soldi con quella puttana di Marradi? Vi ricordate nonna? Venne a casa senza sale e senza petrolio per il lume. Mangiammo scondito e restammo al buio per un mese. Al buio, nonna! E la sposa che rincara la dose. - Però io stavo bene con lui ... Mi teneva caldo, mi portava le caramelle di menta quando tornava dal mercato ... e guarda sospirando il pagliericcio vuoto, sgonfio come il suo sogno ...
- Fatela finita nonna! Fatela finita se no porca della M .... vado su e lo porto qui il vostro Nandone! Oppure andremo presto tutti con lui se non finisce di nevicare ...
S'inginocchia, batte i pugni per terra, bestemmia Rico con tutto l'ardore di uno che prega.
Le faville del fuoco scoppiettante impolverano di cenere la ghirlanda colorata dei bambini in ginocchio attorno all'
uròla (il focolare). Il vento caldo di scirocco si mangiava la neve a vista d'occhio. Vene turgide d'acqua nascevano improvvise pulsando fra la terra. Sotto la coltre di neve se ne sentiva il chiacchierio pettegolo scivolare verso il fondovalle ...
Il Rovigo, il Senio e il Santerno spalancavano il loro letto, abbracciando le acque in un ruggito di animali in amore.
Gli abeti rialzavano superbamente le loro cime disseminando di piccole tende aguzze il deserto.
Qualche ramo sfrondato reclinava sul grembo materno.
Dalle ferite lacere la resina sgorgava giù in un lacrimare caldo sulla polvere fredda della neve.
A volte il rumore cupo di una valanga percuoteva le falde delle vallate scoprendo tracce di fieno di un biondo stinto.
Sarebbe stato il primo boccone per le bestie ancora vive. La neve era stata spazzata via in pochi giorni. Anche il tetto della casa era ormai libero. Nel fondo valle completamente sgombro, il vento sprecava inutili litanie fra i rami affacciati sugli argini del Rovigo. La fiumana vergine lucidava il letto di galestro rendendolo saponoso.
Rico salì sulla scala e cominciò con una mano a togliere l'ultima neve che copriva il nonno, così, piano piano, per non fargli male.
Tutti erano corsi all'aperto ad assistere alla "resurrezione".
Il corpo di Nandone era intatto, bellissimo. Gli occhi spalancati guardavano il cielo, fino ad allora chiuso, ostile.
Rico si abbassò fino a sfiorare il volto del vecchio che tornava fra di loro.
Si rialzò.
Adesso stava a lui fare l'azdòr (il reggitore, il conduttore del podere)
- Nonna, preparate il vestito ... Il nonno è pronto.
Prese Nandone per le spalle e lo alzò contro il cielo. Il primo sole di marzo ricamava lacrime d' argento sul morto. Era arrivata la primavera.
                                                      
                                                         Giuseppe Bartoli detto Pino,poeta e scrittore. 

1 commento:

Antonio Paganelli ha detto...

Uno spaccato della Romagna che fu... crudo e leggero al tempo stesso, bello, quasi commovente.

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